L’otto marzo è passato…

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Nel 1919,  per la prima volta  la Camera dei Deputati votò il diritto di voto alle donne,  292 deputati favorevoli e solo 42 contrari, non più solo i socialisti egualitari, non più solo le ‘femministe intemperanti’, a quei tempi il voto alle donne è come il bene del popolo, lo volevano tutti, a parole…

infatti fu un fuoco di paglia perché la Commissione incaricata di elaborare la legge incontrò così tante difficoltà – non fu possibile mettersi d’accordo sull’età, 30 anni o di più, né tantomeno sulle categorie, sposate si, prostitute no etc.  – che ripresentò il disegno alla fine di settembre confermando la legge che estendeva il diritto elettorale ma con la precisazione che esso fosse applicato dalla prossima legislatura, la XXVI.

In realtà ciò non avvenne perché vi fu il colpo di stato del giovane Mussolini, anche lui presentatosi inizialmente con un programma che ai primi punti includeva il voto e l’eleggibilità alle donne ma che successivamente rinnegò per ‘garantire’ all’oligarchia agraria e industriale la spartizione del paese.

Dovemmo aspettare la fine di un’altra guerra mondiale per entrare a pieno titolo in Parlamento, il 2 giugno 1946, assieme alla Repubblica.

Si stabilì fin dai primordi delle lotte per l’emancipazione femminile questa discrepanza/concordanza con il generale affermarsi di una coscienza civile nelle genti: se le rivoluzioni di classe fallirono è forse perché anche i più rivoluzionari rimanevano restii a concedere lo stesso livello di libertà alle loro compagne.

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Ed è purtroppo vero anche ai giorni nostri, è come se per riqualificare la vita pubblica le donne risultassero ancora non sufficientemente preparate, troppo impelagate nei problemi della vita quotidiana per raggiungere la professionalità e l’impegno necessario addirittura solo a capire la struttura politica della nostra società…ma a parte tutto di cosa si deve occupare uno stato se non di garantire il diritto ad una vita felice per tutti?

Allora, quale migliore rappresentanza  di quella femminile per rivendicare a ognuno la sua quota di gioia?

E invece ci ritroviamo come ogni 8 marzo  a festeggiare le donne con una sagra camuffata da celebrazione, una giornata  finta  e commercializzata, come se la lotta che le donne hanno combattuto per non essere solo sorelle,  madri e mogli ma insegnanti e imprenditrici di loro stesse fosse rimasta  il diritto al rametto di mimosa!

Rivendichiamo ogni giorno l’importanza del ruolo femminile nella vita pubblica e privata perché per le donne giustizia,  eguaglianza sociale, difesa dell’ambiente e  rispetto della  vita non sono chiacchiere da comizio ma autentico sentire.

Allora auguri a tutte e  rimbocchiamoci le maniche perché c’è urgente bisogno di noi, anche oggi che è l’11 marzo.

Rita Marcucci

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