
‘ Ti invoco, origine di ogni divenire , che spieghi le tue ali su tutta la terra, tu inavvicinabile e incommensurabile, che ispiri pensieri di vita a tutte le anime , che tutto hai fuso insieme al tuo potere. Tu primogenito, creatore dell’universo, dalle ali d’oro, tu oscuro, che veli tutti i propositi ragionevoli e ispiri tenebrose passioni , tu segreto, che vivi nascosto in tutte le anime, che susciti il fuoco invisibile toccando tutte le cose animate, tormentandole indefesso con voluttà e dolorose delizie, da quando esiste l’universo; c he provochi il dolore con la tua presenza, a volte ragionevole, a volte insensato. Tu, per il quale gli umani con ardire trascurano il dovere e presso il quale, oscuro, cercano rifugio. Tu l’ultimogenito, il fuori legge, lo spietato, l’inesorabile, l’invisibile, il generatore senza corpo delle passioni . Tu arciere e portatore di fiaccola, tu signore di ogni percezione spirituale e di tutte le cose nascoste, tu signore dell’oblio, tu padre del silenzio, per il quale e verso il quale ogni luce s’irradia, bambinello quando nasci nei cuori, vegliardo quando sei consumato….’

Questa invocazione a Eros, proveniente dalla tradizione della Grecia antica, è un testo di straordinaria potenza simbolica e visionaria, che restituisce un’immagine del dio molto lontana dalla versione edulcorata e romantica che spesso ci è arrivata attraverso la cultura post-classica.
Qui Eros non è soltanto un dio dell’amore, ma una forza cosmica, primordiale e ambivalente, generatrice e distruttrice insieme.
La preghiera lo nomina “origine di ogni divenire”, “creatore dell’universo”, un dio oscuro e luminoso allo stesso tempo, che incarna una dimensione iniziatica, misteriosa, e potentemente destabilizzante. Non è solo il desiderio che unisce, ma anche quello che separa, divide, tormenta. Il suo tocco è invisibile ma inesorabile, capace di incendiare gli esseri viventi di un fuoco che è al contempo voluttà e dolore.
C’è una tensione costante tra luce e ombra, tra nascita e consunzione, tra attrazione e perdita di controllo. Lo si chiama “padre del silenzio” e “signore dell’oblio”, epiteti che non rimandano a una divinità pacificante, ma a una presenza che dissolve certezze, che mette in discussione la razionalità, che tocca i punti più intimi e nascosti della psiche.

Non è difficile cogliere in queste parole una dimensione alchemica o iniziatica: Eros come motore del divenire, come fuoco interiore che trasforma l’anima e il corpo, spingendo l’essere umano verso stati liminali, estremi, sospesi tra estasi e dannazione. È anche una figura dell’inconscio, in senso moderno: forza che vive nascosta nelle pieghe dell’anima, che può generare visione e creazione oppure smarrimento e distruzione.
Quello che può essere criticamente discusso è il modo in cui questo Eros viene assolutizzato: diventa l’unica forza, il solo principio, l’origine e la fine. Una tale visione può rischiare di annullare la libertà umana nella potenza impersonale del desiderio. Se ogni moto dell’anima, ogni trasgressione, ogni oblio, ogni fuoco viene attribuito a Eros, dove resta la possibilità di una scelta consapevole? L’oscillazione tra “ragionevole” e “insensato” sembra lasciare poco spazio a una via di mezzo, a una misura.
In ogni caso, si tratta di un testo potente, perturbante, poeticamente ricchissimo, che invita a confrontarsi con l’enigma dell’energia erotica non come semplice attrazione, ma come forza cosmica, spirituale, trasformativa — e insieme profondamente pericolosa.

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