l film “La danza della vita” deve il suo titolo ad una delle rappresentazioni della divinità hindu Siva, lo Siva danzante che con una mano crea l’universo e con una lo distrugge. Creazione e distruzione s’intrecciano armoniosamente nella danza di questa divinità e fanno da sfondo alla trama del film, che racconta un giorno di vita dalla mattina alla sera e simbolicamente una vita intera, dalla nascita alla morte. Tra questi due momenti gli esseri umani vivono la loro vita, esprimendo la gioia che gli deriva dal relazionarsi alle cose che hanno intorno: gli altri esseri viventi e gli elementi della natura. Nei villaggi di cui il film racconta, questa relazione si manifesta come una lunga e ininterrotta danza. Nataraja racconta di come questa danza sia realmente completa solo quando si è “qui e ora”, presenti a se stessi. La presenza è infatti quello stato al di là della mente temporale e condizionata in cui si è completamente in contatto con il momento vivente. Nataraja dunque è un invito alla cura dell’attimo e alla celebrazione del contatto con il mistero della vita, là dove cessano le parole e la nostra esistenza diviene una danza che ci relaziona all’universo.
Il nostro mondo occidentale è un mondo evolutissimo in cui la mente e l’intelletto sembrano aver occupato tutto lo spazio vitale privandoci del contatto profondo con l’essenza della vita. Che cosa è la bellezza? Che cosa ha perso l’essere umano che lo rendeva innocente davanti al miracolo della vita? Perché nei villaggi poveri dell’india rurale le persone sorridono all’esistenza?
Non l’India dei guru o della religione ma l’India della semplice quotidianità

Rispondi