
Parliamo del famoso “pensiero positivo”.
Quanti libri di self-help sono stati scritti sull’argomento? Intere biblioteche piene di frasi motivazionali tipo: “basta volerlo e l’universo ti risponderà”.
E così, se le cose non ti vanno bene, la colpa è tua: non hai creduto abbastanza, non hai visualizzato nel modo giusto.
Una specie di fede nel sorriso obbligatorio.
Quindi guai a soffrire! Se ti capita qualcosa che ti addolora, devi fingere che la tristezza non esista, anzi, che sia solo una vibrazione difettosa, che basti un pò di vudù per aggiustarla.
Ma no, il dolore esiste. Eccome se esiste. È il modo in cui la vita ti ricorda che sei vivo e l’unico sistema per farlo finire è attraversarlo tutto.
Ecco io credo che la positività non sia un giochetto mentale da imparare, ma un’attitudine dell’anima.
È la capacità di essere disponibili alla vita anche quando non è come l’avevamo immaginata.
È il respiro lungo dopo aver fatto del proprio meglio e accettato che oggi basta così.
È dirsi: “Domani ci riprovo. Ma adesso mi faccio una passeggiata al lago.”
Mi fa pensare alla Provvidenza di Manzoni, quell’idea che le cose, anche quando sembrano sbagliate, seguano un disegno misterioso di cui fidarsi.
O alla sincronicità di Jung, quando tutto sembra allinearsi come in una danza invisibile.
Al lasciar fluire di Osho.
In fondo, è la sensazione che la vita, nonostante tutto, vada per il suo verso.
Che abbia un suo ritmo, una sua ragion d’essere che non è subito comprensibile.
Non vuol dire smettere di agire, anzi: vuol dire impegnarsi al massimo e poi lasciare che accada ciò che deve accadere.
Difficilissimo, sì.
O forse, semplicemente, liberatorio.

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