
Nell’insegnamento dello yoga proliferano nozioni, mappe energetiche, schemi, descrizioni da imparare senza discutere, ci sono i metodi, le scuole e i diplomi più autorevoli degli altri (che durano più ore, si intende).
Poi arrivano i seminari, le masterclass, le formazioni continue, gli aggiornamenti professionali…
Così la qualità dell’insegnamento finisce per misurarsi in attestati e buona memoria, in certificati autoreferenziali scambiati per conoscenza.
Armati di buonissime intenzioni abbiamo “riempito la tazza”, per usare una famosa metafora zen, e così facendo non abbiamo lasciato posto all’esperienza diretta e neppure allo spirito critico
(si, a volte serve anche quello).
E se la Sapienza, come la stessa parola ci suggerisce, nascesse dall’assaporare?
Se provassimo a lasciare andare la memoria e trasmettessimo solo ciò che abbiamo realmente vissuto in prima persona?
Se chi insegna arrivasse a farlo dopo anni di pratica, di ascolto, di silenzio?
Forse allora lo yoga tornerebbe a essere ciò che è sempre stato:
un’esperienza autentica, personale e universale insieme, un sentiero da esplorare e poi trasmettere, non un titolo onorifico da esibire.

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