Dell’irrequietezza e dell’unico viaggio che conta

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Baudelarie la chiamava: ” La grande maladie: horreur du domicile”,

Cos’è  questa smania che spinge a lasciare tutto alle spalle per esplorare il  “nuovo”?

Bruce Chatwin –  scrittore che del nomadismo ha fatto orgogliosamente la sua professione, condividendo con noi  i suoi racconti  su deserti selvaggi, camere d’albergo,   città esotiche brulicanti di vita – era un uomo in bilico che ha  trovato   se stesso nel viaggio.

Ma è davvero così?

Seneca ammoniva Lucilio: “Devi cambiare d’animo, non di cielo” e citando  Socrate: “Perchè ti stupisci se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso?”

Anche   Pascale è perentorio: “tutti i guai degli uomini derivano da una cosa sola: dal non sapersene stare quieti in una stanza”

E Proust? Citatissima sulle t.shirt museali la sua frase  che afferma:

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.

Ancora più illuminanti questi versi di TS Eliot:

Noi non cesseremo l’esplorazione
E la fine di tutte le nostre ricerche
Sarà di giungere là dove siamo partiti,
E conoscere il luogo per la prima volta.

Allora se proviamo a seguire queste indicazioni che vengono dalla cultura alla quale apparteniamo ma che nascono nelle tradizioni orientali possiamo pensare al viaggio in modo diverso,  non come lo spostare  fisico dell’orizzonte verso terre sempre più lontane, ma come il cambiare la  direzione dello sguardo per affrontare l’unico viaggio immobile, quello interiore.

Come visitando un  territorio sconosciuto servono  attenzione e curiosità, non ci sono sentieri tracciati  e comitive,  è un percorso  uguale alla  meta stessa,  pieno di meraviglie e tesori che dura tutta la vita.

E comunque,  come dice Lo Stregatto ad Alice:” Tutto dipende da dove vuoi andare!”

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