Dal dualismo alla pienezza: sguardi sul Sāṃkhya, l’Advaita e il non-dualismo del Kashmir

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Mentre il Sāṃkhya invita a separare per comprendere, l’Advaita invita a dissolvere per trascendere, lo Śivaismo del Kashmir invita a…né l’uno né l’altro.


Nel panorama delle filosofie dell’India, pochi temi suscitano più interesse (e più fraintendimenti) del rapporto tra dualismo e non dualismo. Semplificando di brutto: il Sāṃkhya duale, l’Advaita Vedānta non duale e, in epoca medievale, la straordinaria sintesi dello Śivaismo del Kashmir.

Potremmo dire così: all’inizio, abbiamo bisogno di distinguere: “io non sono i miei pensieri”.
Poi scopriamo che la coscienza si manifesta come molteplicità senza mai smettere di essere una e infine che ciò che siamo è già tutto.

Ramana Maharshi, (30 dicembre 1879 – 14 aprile 1950)

La pratica yoga si può concedere il lusso di attraversare queste tre prospettive: 
 lo yogin può partire dalla discriminazione del Sāṃkhya, maturare nella conoscenza dell’Advaita, e infine fiorire nella gioia del Kashmir: una visione che abbraccia la vita senza negarla.

Il Professor Raffaele Torella, docente emerito di Indologia e Filosofie dell’India all’Università “La Sapienza” di Roma, è una delle massime autorità italiane sullo Śivaismo del Kashmir e sul pensiero non-duale tantrico così riassume magistralmente: “Lo Śivaismo del Kashmir non postula la dissoluzione del mondo, ma la sua trasfigurazione: ciò che cambia non è ciò che si vede, ma il modo di vedere.”

Non più l’opposizione tra spirito e materia ma continuità: il mondo non è illusione, bensì espressione della Coscienza stessa, la separazione, quella si, è illusoria :-) e tutto allora è divino, anche ciò che appare ordinario.


In questa luce, il percorso spirituale non è un’ascesa lineare ma un movimento circolare, diciamo un ritorno.

Ecco perché “riconoscimento” pratyabhijñā, è un termine chiave nella scuola, vale a dire che per un tantrico non si tratta di escludere il mondo per tornare all’unità, ma di ri-conoscere che ogni percezione, ogni emozione, ogni atto è già manifestazione di questa unità.
 L’esperienza del corpo, del respiro e persino della mente distratta non è da superare, ma da riscoprire.
 Al link la faccenda spiegata meglio, dalle vere labbra del Professor Torella in amabile dialogo con il Professor Boccali https://youtu.be/8Qx8BfTzH5o?si=f1bGOYrN0RiZ-V47

Ecco, a mio avviso, questa è la visione che più naturalmente si intreccia allo spirito dello yoga: l’unione tra coscienza e manifestazione, tra quiete e azione, ogni āsana, ogni respiro ogni emozione vissuti come parte di quella stessa unità che come insegnanti e praticanti siamo tutti invitati a sperimentare.

Ornella


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